In principio l’uomo visse sulla terra coperto solo dei suoi peli, ma, con la caccia degli animali selvatici si accorse che vestendosi della loro pelle si sentiva più protetto dai rigori delle stagioni fredde.
E passarono millenni prima che s’accorgesse che non sempre c’era selvaggina per tutta per tutta la tribù e che le tribù eran troppe e il migrare troppo pericoloso. D’accordo che accorse che oltre la carne c’era il grano e lo coltivo’, come pure col coltivo’ piante dai filamenti corticali resistenti e adatti ad essere intrecciati e lavorati. Imparò a tessere queste fibre naturali, e a vestirsene.
Allora divenne un lavoro della donna il “tessere” e il formar “abiti”.
Ma quando si formarono le città e si addivenne ad una ad una distinzione di compiti tutto cambiò e ne nacquero antichi mestieri che durarono nei secoli sotto la protezione delle consorterie o delle Arti.
Il “tessitore” o il “cordarolo” vennero subito dopo il “Conciacanapa”.
Quante siano le fibre naturali tutti sanno: la Iuta dall’Oriente, il cotone africano o americano, il lino europeo e la canapa coltivata un po’ dovunque ma in particolare modo in Emilia e Campania. E non è un lavoro facile quello di coltivar canapa.
Ogni contadino sapeva che quando una donna indossava una tenera sottoveste di filo di canapa prima erano stati eseguiti “41” lavori differenti e tutti faticosi.
La terra preparata, la semina, la cura di crescita, il taglio del fusto, la messa in terra, la sfogliatura, la scelta della pezzatura, la spuntatura, l’affondamento, la macerazione, lo sbiancamento dello stelo, la seccatura dei mazzi, la gramolatura degli steli per avere la fibra libera dai “Canvocc” ed infine l’opera dei Conciacanapa che ammorbidivano la fibra a colpi di “grametto” per poi passarla al “pettine grosso” per una prima scelta e al “pettine piccolo” per la confezione dei cosiddetti “carzoi” di fibra fine e meno fine e di stoppa comune.
Era compito della donna il tessere dopo aver filato per tutto l’inverno.
Era un’arte Conciar canapa come lo era il Filare e il Tessere la tela al telaio. Un tempo il Conciacanapa faceva anche il mestiere di Cordarolo.
Durante l’autunno e la primavera egli conciava canapa da usarsi per far funi di vario tipo e spaghi rossi e sottili.
Riempiva in tal modo i vuoti di stagione.
Il Cordarolo o Cordaio usava uno strumento dello “Masola” che faceva girare per attorcigliare la fibra e ottener la Corda.
A Piumazzo era famoso al “Gob” Panigheli, che ha lavorato sino alla morte, unico rapresentante, con quello di Ponte Sant’Ambrogio e quelli di Panzano, di un mestiere oggi scomparso.
Molti operarono dentro il Consorzio Canapa di via Loda ma prima lavorarono presso il canapificio detto “al Budgoun” che venne poi trasformato in fabbrica di fiammiferi.
Nelle vecchie case di via Cappi esistette un magazzino canapa dei Bergamini che poi venne trasferito alla fabbrica filati presso la Stazione Ferroviaria. Occupò molti operai nella trasformazione delle fibre e ne nacque una vera industria con macchine venute dalla Germania. Con quelle macchine il filo di canapa aveva la leggerezza del lino e del cotone. I Bergamini chiusero all’inizio della seconda guerra mondiale ma i Dell’Aquila continuarono con la loro tessitoria fino a pochi anni addietro.
Oggi 1987 da noi tutto è perduto e restano solo i pochi sopravvissuti a ricordare o i Bertoncelli a vendere telerie e fibre.
Ex “Conzacanva” ancora vivi sono pochi: Beccasio, Mario Zunarelli e Panocc, Zuffi detto “al genovesi” e i Bretoni: Luigi, Edoardo, Dino, Remo e Raffaele.
Questi ultimi furono cordai al “Palazz d’al Magnaun ed vii Imperièl…”
Ricordiamo anche Alberto Manfredi, Elio Zanasi.
Il Consorzio Canapa dava lavoro a domicilio e poi ritirava il manufatto. Così faceva Dell’Aquila che faceva filare al telaio sia in paese che in campagna. Bertoncelli oltre a conciar canapa stigliava le stoppe.
Sia lui che i Bergamini possedevano una “grola” per la frollatura e stigliatura fibre (la lavuraziaun d’al patozz).
Il materiale stigliato veniva poi mandato alle Filande.
Articolo di Anton Celeste Simonini, artista e storico castelfranchese, tratto dalla rivista “Fatti Nostri” 1987

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Autore dell'articolo: Francesca