Il macello: un pezzo di storia del paese

Tratto dalla rivista “Fatti Nostri” – 1986

1915 — Sulla sinistra il macello comunale abbattuto nel 1977 che aveva sede tra via Ripa Inferiore e l’attuale “Piazza Bergamini”, intitolata nel settembre 1986 ad Ausano Bergamini, castelfranchese tra i principali esponenti del movimento antifascista in provincia, morto nel lontano marzo 1943, prigioniero in un campo russo. Proprietà foto: ing. Germano Caretti

C’era una volta a Castelfranco il macello comunale, anzi, c’è stato fino agli anni 60. Questo fabbricato era situato nella piazzetta in fondo a via Trabucchi. A quel tempo i Giardini Pubblici non erano dove sono adesso, bensì dove oggi c’è il Comune. E il Comune era dove oggi c’è il Credito Romagnolo, e anche il Credito Romagnolo era in un altro posto e cioè al primo piano del palazzo del Caffè Grande. Ma molte cose allora erano in posti che non sono più quelli di oggi. Pensate un po’ che c’era ancora l’uso di mettere i delinquenti in galera… Custode del macello era Moretti, che aveva per figlio il nostro coetaneo Nicolino. Attorno e ai margini di questa struttura gravitava, nei tempi duri della fame e della miseria durate fino agli anni ‘50, buona parte della gente povera e in particolare quella che abitava nei pressi. Occasione d’oro era quando un bovino veniva messo “allo sbanco”. Succedeva che moriva una mucca di parto e il veterinario comunale non poteva dare il visto alla vendita in macelleria. Però neanche c’erano gli estremi di pericolo igienico per vietarne il consumo: allora si faceva “lo sbanco” e cioè la carne veniva messa in vendita nel macello stesso a prezzi più che dimezzati. L’annuncio si faceva a mezzo corno. Moretti usciva sul piazzale antistante con un lunghissimo corno ricurvo alla cui estremità appuntita era stato applicato lo zufolo. Il profondo suono tipo Far West od Alpi svizzere solcava gli spazi del paese e veniva udito fino ai “Sulfanein” (via Don Luigi Roncagli) e al Mulino dell’Agnese. Il richiamo con il corno veniva dato tre volte ad intervalli regolari, ma dopo la prima, Moretti cedeva l’incombenza al figlio Nicolino che a sua volta, generosamente, lasciava il compito ad uno dei suoi amici: Elia, Becasio, Spometi, Nisio, Ruggero, Ivan, Balusa, Faruschin… Il suono del corno era molto ambito e dava diritto ad un chilo di carne da sbanco da portare in famiglia. Il veterinario comunale si faceva portare in laboratorio i campioni di carne da analizzare: bastava un mezzo etto. I nominati amici di Nicolino si incaricavano del prelievo e della consegna, ma per stare nel sicuro tagliavano dei tranci di due o tre chili: il surplus andava alle loro famiglie. Il metodo aveva i suoi vantaggi perché se, qualche giorno dopo, il veterinario aveva delle perplessità sui risultati delle analisi, correva ad informarsi se la famiglia del “corriere” lamentava dolori alla pancia oppure no. Durante gli ultimi due anni di guerra il macello lavorò soprattutto per macellare i bovini che i tedeschi requisivano nelle campagne per nutrire le loro truppe. Non tutti i bovini andavano macellati: i vitelloni ed i buoi più belli li mandavano in Germania per allietare le mense dei capi nazisti. Essendo bombardate le ferrovie e intransitabili le strade per i bombardamenti aerei, le bestie venivano portate a piedi, a gruppi di quattro legate per la coda, fino ad Ostiglia da dove qualche treno riusciva ancora partire. Per non sottrarre combattenti “all’eroico esercito tedesco che stava vincendo la guerra contro gli americani” venivano incaricati dei volontari civili con il compenso di mille lire a bestia, e cioè quattromila lire, il pacchetto di quattro. Erano bei soldi allora per un’andata e ritorno ad Ostiglia a piedi (un operaio guadagnava cento lire al giorno ed erano pochi per i tedeschi che tanto… avevano la macchinetta per stampare le carte da mille). Però capitava quasi sempre che partissero quattro monumentali buoi ben pasciuti e arrivassero quattro vacchette sifilitiche, perché si sostituivano le bestie durante il viaggio.
Giuseppe Magni, scrittore e storico castelfranchese

Tratto dalla rivista “Fatti Nostri” – 1986

 

Ricordi di…

Quando il corno suonava, noi bambini del “Palazaun” (ovvero il palazzo ex Ospedale Vecchio) andavamo a chiamare i nostri genitori. Non si mangiava quasi mai la carne.

Poi sulla pesa per pesare le mucche, ci divertivamo a farla oscillare, tutti sopra che risate! Come ci si divertiva con poco!!!

Ricordo della signora Raffaella Tarabusi

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Arnaldo Turrini, al centro della foto, commerciante di bestiame, con due splendidi esemplari di buoi in Piazza della Vittoria. Sullo sfondo il “Monumento ai Caduti Castelfranchesi” con il “Fante” opera del concittadino Silverio Montaguti, classe 1870, componente della Commissione Edilizia del Comune di Castelfranco dal 1914 al 1935 e pregevole artista che realizzò numerose opere a Bologna, gli “Angeli” della Chiesa di Santa Maria, decorazioni presso il “Mulino dell’Agnese”, Palazzo Cappi e nel cimitero monumentale locale dove è sepolto. L’opera posta nell’attuale piazza della Vittoria (ex piazza del Mercato) nel 1921, nel 1967 fu collocata negli attuali “Giardini Pubblici”, con l’aggiunta di una grande lapide che riporta i nomi dei 547 castelfranchesi caduti per la Patria.

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Autore dell'articolo: Redazione