Libro “Marina, Marina, Marina”

Emilio Curti, per chi volesse “inquadrare” l’autore di “Marina, Marina, Marina” è un castelfranchese del ’43.
E’ nato e cresciuto nei “Magazzini del Formaggio” dell’allora via Orto Guerra, attuale via Don Luigi Roncagli. Nome altisonante forse fonte ispiratrice di una banda che non disdegnava, fra l’altro, di “fare le sassate”, come era costume dell’epoca, contro i ragazzi dei quartieri limitrofi.
Quando torna in paese “al fiol dal furmai” ci tiene a rivendicare due appartenenze: alla sopra citata “Banda di Sulfanein” e alla comunità di “Castelfranco Adotta”, meritevole associazione castelfranchese di adozioni a distanza.
Il lavoro come dirigente ha portato Emilio Curti in giro per l’Italia e, infine, a Milano.
Più girava e si allontanava, più si allungavano le radici che lo tenevano legato ai luoghi delle sue origini e delle sue consuete frequentazioni.

Da settantadue anni di ininterrotti soggiorni estivi a Marina di Ravenna è nata, da un piccolo editore locale, l’idea del libro che racconta le vacanze negli anni ’40/60 visti con gli occhi stupiti e fortunati di un ragazzino con il rovello di imparare a conoscere l’altra metà del cielo.

Ma non c’è solo mare. La prima parte del libro è anche una pennellata di vita all’ombra dei campanili di Santa Maria e di San Giacomo.

 

… dal volume “Marina, Marina, Marina” un capitolo dedicato a Castelfranco Emilia

“Prima della partenza – Giugno al mio paese”

Se prima ho cercato di spiegare le ragioni del mio amore, vorrei ora far capire quanto io amassi, fin da bambino, questa mia Marina.
Non vivevo in un piano alto di un appartamento di città e per svagarmi non dovevo ricorrere ai prati spelacchiati e ristretti di un oratorio o a strade già incombenti di pericoli per il crescente traffico.
Perdere un po’ di tempo nel descrivere l’eccitazione ed il divertimento di ogni giorno del primo mese delle vacanze scolastiche, nelle mie intenzioni, dovrebbe servire a dimostrare che ero pronto a lasciare per Marina di Ravenna, dalla sera alla mattina, un microcosmo di divertimenti cui la Mirabilandia di oggi non farebbe nemmeno il solletico.
Non avevamo giochi pronti e precotti, starei per dire giochi già giocati. Spesso avevamo il piacere irripetibile di inventare o reinventare i nostri giochi partendo dagli spunti che le distruzioni ed il degrado causato dalla guerra ci avevano lasciato intorno.
Con l’inizio delle vacanze scolastiche, il mio cortile si trasformava in una vera attrazione per i miei amici e per tutti i ragazzi del vicino “Fiammiferi”. Strano nome rimasto appiccicato ad un quartiere nato dagli ex stabilimenti di una fabbrica di fiammiferi e affini. Cessata ogni attività, aveva lasciato il campo ad abitazioni recuperate alla meglio e abitate in gran parte dalle numerose famiglie degli agenti del penitenziario che si trova nel mio paese.
Parecchie anche le famiglie di sfollati che, se ce n’era bisogno, erano in grado di insegnare ancora meglio la difficile arte di vivere, nonostante tutto, serenamente e in allegria in tempi di penuria e di fame. Arte che forse dovremmo riscoprire in questi anni di crisi.
Il complesso dei magazzini della banca locale, di cui il babbo era custode, si snodava in una serie di capannoni distribuiti su una grande area recintata in modo da creare spazi, percorsi ed angoli che titillavano la nostra fantasia giocosa.
C’erano ampi piazzali, alcuni coperti, dove si giocavano memorabili ed interminabili partite di pallone con qualunque tempo. Democraticamente, man mano che arrivavano amici, le formazioni in campo si ingrossavano perché vigeva il principio che tutti dovevano partecipare. Per equità si cercava inoltre di distribuire i bravi e le schiappe in modo equilibrato.
Per entrare in gioco bisognava essere in due di pari livello. Si possono immaginare le attese per l’arrivo di un pari grado, il clima di tensione, di risentimento, di umiliazione quando si doveva, giocoforza, appiccicare il marchio di schiappa a qualcuno! Ma col tempo si scoprì che una schiappa, alterando meno il peso e la qualità di gioco di una squadra, finiva col giocare più degli altri; qualcuno ci marciava, fregiandosi d’iniziativa di tale titolo.
I percorsi per l’entrata e l’uscita dei mezzi di trasporto, che si snodavano su tutto il perimetro dell’isolato, erano l’asso di briscola per le nostre corse in bicicletta; i “premi” più frequenti erano gambe e ginocchia sbucciate e qualche dente da portare a casa avvolto in un fazzoletto. Per fortuna che le gare si svolgevano a turni di tre o quattro ciclisti per l’esiguo numero di chi possedeva allora una bicicletta. Non voglio pensare alle stragi nel caso in cui tutti e trenta o quaranta ragazzi avessero avuto il loro velocipide!
Il fondo ghiaioso del cortile era poi l’ideale per riempirci le tasche di munizioni particolarmente adatte a dar vita a scontri a base di sassate fra squadre (formate per strade di appartenenza) ispirate dalla lettura, allora in voga, de “I ragazzi della via Pal”.
Di solito queste sassaiole, che echeggiavano, almeno per i più grandicelli, eroismi e sprezzo del pericolo da figli della lupa, potevano finire in due modi:
– spontaneamente, quando qualcuno si decorava di ammaccature o di bitorzoli in testa da piangerne di dolore e da dover correre a casa (… a prendere delle altre botte dai genitori, per punizione);
– con l’arrivo di mio padre, munito di una lunga frusta da birocciaio che il vecchio e misterioso Melchiorre commerciante di cavalli e fabbro ferraio, dirimpettaio, teneva a disposizione del babbo per queste occorrenze.
Al terzo schiocco di frusta chi non era ancora sparito velocemente dal cortile si vedeva inseguito dal babbo che, nelle vesti di “sciucarein” giustiziere, riusciva a lasciare i segni di qualche “scilacca” sulle gambe nude e indifese.
Mica avevamo i jeans a quei tempi! Si andava in giro con pantaloncini corti modello “chiappe in fuori”: una moda dettata dalla povertà che induceva le mamme a confezionare in casa due o tre braghe, per due o tre figli, con la quantità di stoffa con cui i signorini se ne facevano un solo paio.
Il corpo centrale del complesso, a cui era attaccata la mia casa, era costituito dai Magazzini per la stagionatura del Parmigiano-Reggiano. Contenevano fino a ventimila forme di grana, una enormità, anche in termini di valore, per quell’epoca.
Erano ben presidiati dal babbo e dagli operai durante l’apertura lavorativa e chiusi ermeticamente nelle restanti ore della giornata: “off limits” per ogni idea di penetrarvi in qualche modo e di giocarvi a qualche cosa.
Capivamo anche noi bambini che, un po’ sporgenti e ben allineate su strutture di legno con ripiani che arrivavano a quattro/cinque metri d’altezza, le pesanti forme costituivano un pericolo. Nel caso avessimo, imprudentemente, provocato una loro caduta ci sarebbero arrivati addosso circa quaranta chili di stagionato di ottima qualità.
La sera erano inaccessibili sia i magazzini del formaggio che gli spazi più vicini alle case e alla strada. Qui gli adulti, affacciati alle finestre o seduti davanti alle porte si perdevano in chiacchiere e costituivano un ostacolo alla nostra voglia di libertà ed indipendenza per giocare. Andavamo lontano, verso la fine del cortile, dove rare e deboli lampadine non riuscivano a fendere l’oscurità e noi ci sentivamo più protetti da sguardi censori e sgridate.
In quella zona sorgeva il Magazzino Frigorifero per la conservazione dei più svariati tipi di frutta: era per noi quello che per Ulisse era stata l’isola delle Sirene.
Per lui il canto e l’attrazione delle seduzioni femminili; per noi il rombo assordante di due compressori che pompavano 24 ore al giorno il freddo e la seduzione dei frutti proibiti: quelli che speravamo di spillare dalle celle frigorifere, eludendo o commuovendo l’operaio addetto.
Già i compressori stessi erano un motivo d’attrazione. Al loro cospetto non potevamo sottrarci allo stupore per le meraviglie della meccanica, per non dire della scienza e della tecnica!
Vivevamo in un ambiente caratterizzato ancora da una povera economia agricola.
Quando il babbo, cessato il lavoro, mi metteva sulla canna per andare a prendere una bottiglia di latte appena munto, avevo il privilegio di essere caricato dal contadino sul carro del fieno ancora trainato dai buoi. Non si vedevano in giro trattori o altri mezzi meccanici.
Per le nostre strade il trasporto merci era ancora prevalentemente svolto da birocci trainati da pesanti e maestosi cavalli da tiro fiamminghi.
Solo alcuni di noi, in famiglia, possedevano una bicicletta. Pochi adulti, se avevano un buon lavoro, potevano esibire un “bianchino” (non un bicchiere di vino, ma un ciclomotore della ditta Bianchi) o un “guzzino”(il cucciolo della Moto Guzzi). Erano marchi, allora famosi, che stavano soppiantando i ciclomotori “mosquito” frutto di un connubio, il più delle volte “fai da te”, fra una vecchia bicicletta ed un motorino applicato al telaio. Rare le vespe e le lambrette; rarissime le macchine, in prevalenza ancora quelle degli anni venti e trenta, sopravvissute alla guerra.
Il boom economico e l’invasione delle cinquecento era ancora di là da venire.
Il fracasso dei motori era assordante, ma all’improvviso si udivano, sovrastanti, le grida dell’Armando, il custode della frutta. Solo, scapolo (felice di aver pagato la tassa sul celibato “perché la libertà ha un prezzo”) si fermava spesso di notte a dormire in uno sgabuzzino ricavato in un andito del capannone per non affrontare, con un “bianchino”, la distanza che lo separava dal suo paese. Era anche per noi un benevolo angelo custode.
Prima gridava in modo rude per avvertirci della pericolosità delle pulegge, dei quadri elettrici e delle cataste di cassette di frutta che potevano rovesciarsi se tentavamo di scalarle.
Poi, alla fine di una rapida revisione delle “partite” di frutta in attesa di essere spedite, non mancava mai (anche nell’interesse del consumatore e dell’immagine del produttore) di fare una generosa cernita di frutta leggermente ammaccata con cui ci riempiva le tasche.
Sapeva con chi essere abbondante perché capiva quali erano quelli fra noi che raramente si sedevano a tavola sia a pranzo che a cena.
Erano tempi in cui per un ragazzino, soprattutto di famiglia numerosa, era segno di virilità guadare canali, saltare fossi e reti metalliche per andare a “rubare” frutta sugli alberi.
Sapevo di amici che, pur essendosi riempiti tasche e camicie, erano sgridati perché non avevano pensato anche ai fratelli!
Qualche volta ho partecipato anch’io a spedizioni per non fare la figura della femminuccia o, peggio, del vigliacco. Vigeva la ferrea legge del clan sintetizzata nell’aforisma allora in voga: “Chi non piscia in compagnia è un ladro e una spia.”
Una volta mi sorprese mio padre con un po’ di frutta in tasca. Dopo un rapido “processo” fui costretto a riportare le mele al contadino con l’aggiunta delle mie scuse. Questi non mancò di sorridermi benevolmente, ma al ritorno papà mi comminò la sua consueta pena per i casi più gravi: restare nella mia stanza per ben due giorni senza uscire a giocare.
Nel tornare con il ricordo a questi provvedimenti di papà, mi viene in mente che non molto tempo fa, dalla lettura di un libro di De Crescenzo, ho appreso di aver avuto come correo Sant’Agostino.
Nelle sue Confessioni annovera fra i peccati giovanili: “Il piacere della pura trasgressione che provavo nel rubare le pere del vicino”. Sarebbe stato un ottimo spunto per una mia più efficace difesa.
Il babbo, peraltro, avrebbe avuto dalla sua parte Pietro Bernardone d’Assisi che, come scrive in documenti arrivati fino a noi, era solito condannare il figlio Francesco a restare chiuso in camera a pane e acqua. Era il metodo con cui cercava di contrastare, come sappiamo invano, le sue idee ed i suoi rivoluzionari comportamenti pauperistici.
Alla faccia della curiosità per i due potenti compressori, era soprattutto il languore di quasi tutti e la fame di molti che ci spingevano a seguire le tracce del profumo delle mele e delle pere. Ma la vera irresistibile attrazione era l’Armando stesso.
Aveva messo nel cassetto la camicia con la “cimice”; la camicia che fasciava il suo cuore se la portava ancora dentro. Di quella che aveva avvolto e irrigidito il suo cervello in una cieca adesione totale se ne era invece liberato.
Volontario in Albania, una guerra cruenta ed inutile gli aveva aperto non solo ferite terribili nel corpo, di cui portava ancora i segni, ma anche gli occhi. Sapeva che quella diretta esperienza, vissuta nella sua carne ferita, la raccontava a ragazzini molti dei quali non avevano conosciuto i padri morti o dispersi sui vari fronti. Non era quindi il caso di esaltazioni. Armando l’aveva capito.
Ci raccontava di sbarchi, avanzate, ritirate, battaglie cui aveva partecipato. Usava parole semplici che ci arricchivano di nozioni ed emozioni che solo da grandi, molto tempo dopo, avremmo visto riproporci sui banchi di scuola o attraverso film, peraltro marcatamente influenzati dall’interpretazione della storia dettata dai vincitori.
Ci faceva da sottofondo il rombo dei compressori che a noi pareva ricreare quello degli aerei e dei carri armati. Seduti in cerchio attorno a lui, da monelli entusiasti delle sassate e dei giochi di guerra, Armando voleva trasformarci in ragazzini consapevoli della drammaticità e della inutilità di ogni forma di violenza.
Tutto entusiasmante, edificante, ma non tutte le sere l’Armando poteva essere a disposizione. Talvolta era impegnato per controlli alle macchine o all’interno delle celle; altre volte i nostri spazi erano occupati da donne addette alla selezione della frutta o dalla “carovana” dei facchini che, ormai ciucchi a quell’ora di sera, si davano forza sacramentando mentre caricavano a spalla, su camion o vagoni ferroviari, migliaia di cassette.
Che fare? Tornare a casa? Sciogliere la banda e rinunciare alla possibilità di crearci nuove avventure in quelle meravigliose notti di giugno che presto sarebbero finite?
A pochi metri si ergeva la sagoma dell’ultima delle meraviglie del complesso dei magazzini: il Capannone per la conservazione delle granaglie.
Se il Magazzino Frigorifero era un fortilizio inespugnabile, tutto chiuso su se stesso per imprigionare il freddo, il Granaio era pieno di finestre. Talvolta erano aperte per arieggiare ed “asciugare” le partite intaccate dall’umidità e conservate alla rinfusa.
Tutti guardavano me, il figlio del custode, come per aspettare un cenno di assenso che io, investito del ruolo, non mi sarei mai sognato di dare. Non si trattava solo di un principio di legalità.
Qui scattava la selezione darwiniana in base a coraggio, agilità e quindi, in sostanza, a virilità, ovviamente intesa, a quell’età, nella semplice alternativa fra essere uomo o femminuccia. Insomma la stessa storia di quando si doveva andare a rubare la frutta sugli alberi: “Chi non piscia in compagnia …”
Il capobanda situazionale era sempre il più agile o il più muscoloso.
Per lui scavalcare una finestra, entrare e “buttarsi” era questione di un attimo.
Le sue grida per il forte sollazzo di trovarsi a nuotare in una distesa di grano erano un richiamo irresistibile.
Uno alla volta ci ritrovavamo quasi tutti all’interno, ebbri di orgoglio per l’audacia e un po’ impauriti per il buio, scarsamente violato da qualche raggio di luna.
Non c’era solo grano alla rinfusa.
C’erano anche, ben distinte a seconda del proprietario e della caratteristiche della merce, parecchie cataste di sacchi da un quintale che si ergevano fin quasi al soffitto. Per noi erano vere e proprie torri da scalare e da espugnare.
Chi da una parte, chi dall’altra, ci si ritrovava divisi di nuovo per bande. Dai nostri spalti combattevamo, gli uni contro gli altri, la nostra battaglia del grano, scagliandoci addosso i chicchi a piene mani.
Ma tutto durava poco a causa dei limiti di munizionamento che ci davamo per evitare di farci scoprire l’indomani.
Usavamo solo il grano già fuoriuscito da vecchi sacchi fallati o bucati dai topi.
In quei “buchi” non era infrequente trovare nidiate di topolini rosa appena nati. Un po’ per il ribrezzo, un po’ per il timore di avere a che fare con la madre, se ci avesse aggrediti a difesa della prole, cercavamo allora un altro nascondiglio in un altro “maniero”.
Ma la vera goduria era il gran finale. Per sprezzo del pericolo e per grande incoscienza, ci tuffavamo da lassù nel mare sottostante.
Ci spogliavamo nudi in un contrasto di reciproci sberleffi. Era una gara rituale a cui non ci si poteva sottrarre.
Ma soprattutto la nudità era funzionale a due scopi ben precisi:
– assaporare le “sensuali” sensazioni di un fluido micromassaggio su tutto il corpo;
– evitare di lasciare tracce della nostra bravata con chicchi di grano in tasca e odore di polvere e di topicida sulle braghe e sulla maglietta.
Precauzioni, quest’ultime, spesso vane. L’irritazione della pelle ed uno strano odore che ci rimaneva addosso mi costarono spesso alcuni giorni di clausura in camera mia, come accadeva per le spedizioni a rubar frutta sugli alberi.
Come il sabato è preparazione e attesa della festa della domenica, voglio precisare che questo mio giugno di giochi e di gioie impallidiva in vista della smania crescente, man mano che si avvicinava
fine mese, per le mie vacanze a Marina.
I tuffi nel mare di grano non facevano che aumentare la mia voglia di quelli che avrei fatto fin da piccolo nella “catinella più bella del mondo” e, da grandicello, nel Candiano.
Ma a questo ci arriveremo pian piano.
Prima bisogna partire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Autore dell'articolo: Redazione