Campagna addio

La fine della civiltà rurale

 

A.C. Simonini ricorda alcuni aspetti della nostra vita contadina

 

Diremo che è giunto il momento di porre una particolare attenzione a quel mondo dimenticato che circonda la città dilatatasi, a modo di piovra, lungo tutti i tracciati viari che dal centro vanno alla terra coltivata da chi un tempo veniva chiamato “bifolco” e attualmente “contadino”. Erano stati quegli uomini amanti della terra, che l’avevano dissodata e divisa in tanti campi fornendo ad ognun d’essi quell’area cortiliva di cui stiamo parlando: l’Aia. L’aia, parola derivata dal latino “arca” o superficie delimitata entro la quale stavano gli edifici necessari per una vita vissuta nel campo, in tutti i suoi aspetti o esigenze o finalità. Qui nessuna costruzione era inutile e si costruiva solo quanto servisse allo scopo suo proprio. Quindi nell’area cortiliva erano presenti un pozzo con un “elbi”, in cui versare l’acqua occorrente per dissetare tutti gli animali, di stalla e di cortile, una “barchessa” per l’uso proprio ed improprio di fienile e di rimessa, per l’ammasso del grano e della canapa prima della loro trebbiatura o gramatura, e, in autunno, per il silaggio dei legnami o stecchi da forno e da camino.

In un luogo distinto stava la stalla con il suo fienile e la sua letamaia con pozzonero: l’abitazione del bovaro e del contadino o “casa colonica” o corte poteva anche esser agganciata alla stalla ma divisa da questa da uno “spartifuoco” per evitare i danni di un eventuale incendio. La stalla era sempre fornita di portico ampio e alto per poter contenere, in caso di pioggia, il famoso carro bolognese da trasporto agricolo, la “domadoura”, il carretto da letame e le carriole. Il pozzo era situato nel sottoportico per l’uso più razionale dell’acqua necessaria per la casa e per la stalla. Prima dello scorrimento automatico dell’acqua nelle vaschette poste ad ambedue i lati delle “greppie”, mucche, tori, vitelli, buoi e cavalli dovevano esser menati all’abbeveraggio esterno a volte con gravi inconvenienti e pericoli. La stalla oltrecchè esser destinata agli animali era anche un luogo d’incontro quotidiano e serale.

D’inverno era il contenitore caldo dei bambini e delle donne che filavano la tela necessaria per una dote. Bovaro e contadino, di notte, organizzavano quegli straordinari “trapp” durante i quali si decidevano i lavori collettivi o interpoderali, i mercati, i famosi patti assicurativi di “mutuo soccorso” contro gli incendi e le malattie e anche i matrimoni. Si sposavano i figli e le figlie quando si dovevano annoverare due braccia in più (come da contratto padronale) o snellire la famiglia se era troppo numerosa. Oltre alla stalla a volte esisteva uno stalletto isolato per i nuovi nati, una stanza per i finimenti e i mangimi, uno stallo per il cavallo o il mulo, un “chiusino” per il maiale da ingrasso e, sempre, un pollaio con “forno” che la “sdaura” curava particolarmente. Un complesso cortilivo che si rispettasse era fornito di un orto protetto dall’assalto dei polli da una siepe fatta da vincastri, marruche, steli di melo cotogno, di “roselline della Madonna”, di prunoli neri, di pesco selvatico: “al mugnegh” e i “pir ed San’Svan”, al “sris primadezi” e al “mauri” oltrecchè il rosmarino, il lauro e le piante di noce, di melograno e di nespolo. Dall’orto e alla siepe di confine del campo, la “sdaura” e le sue figlie o nuore, ricavavano tutto quello che serviva per i liquori, frutte secche e marmellate, le tisane e quelle cosette che noi chiamavamo “Tiroun e sciapp” di cui eravamo golosi. Oltre a un frutto (ora scomparso), il “sorbolo” e la pianta del kaki ai lati del cortile venivano coltivati anche la canna orientale e il sambuco per fare cannucce da telaio. Per le scope si usava la saggina. Tutti i componenti della famiglia avevan compiti particolari da svolgere singolarmente o in collettivo. Se esisteva una “fabbreria” incorporata e c’erano gli addetti alla bisogna, il contadino dava loro l’incarico di restauro attrezzi e di fabbrica. Passavano per la corte il calzolaio, il falegname, lo scrannarolo, il conciacanapa, il “castrino” per i maiali da ingrasso, il merciaio e il cappellano oltrecchè, d’inverno, “al gater e al cantastori”.

 

La “casa colonica” era il centro di tutto il vivere del “clan famigliare”

La cucina, la cantina e la dispensa, al piano terra. Le stanze da letto al primo piano con una grande loggia per i lavori di telaio e di allevamento bachi da seta. E, nel sottotetto, tutte le stanze dei servi: granaio e legnaia. Importantissimo era il “camino”. Altra parte importante dell’area cortiliva era la cosidetta “ara” o “aia tonda” costruita in cotto e al centro dell’area cortiliva, che veniva usata per l’essicazione delle sementi e per la cosiddetta “battanda” estiva. Una volta questa battanda veniva fatta dall’uomo a forza di braccia e non dalle macchine.

 

Usi e costumi di un tempo
  • la siepe del campo difendeva contro i ladri di prodotti agricoli.
  • la siepe di cortile, quella che circondava la casa, dava anche un diritto di difesa contro i maleintenzionati. Potevi sparar loro in caso di pericolo, dopo un colpo di preavviso.
  • un estraneo in casa tua, trovato di notte e senza preavviso, poteva esser ammazzato senza alcun preavviso. In campagna potevi solo “salargli il sedere” (carica di fucile a sale di grosso di cucina).
  • nessuna acqua sporca doveva esser gettata nei canali: la si raccoglieva in apposite vasche e venivano poi sparse nei campi.

 


A.C. Simonini, storico ed artista castelfranchese

Tratto dalla rivista “Fatti Nostri” – nr. 20 – Maggio-giugno 1998  @ Riproduzione riservata

 


 

Anton Celeste Simonini, (Castelfranco Emilia – 17/01/1927—2007)

Allievo di V. Guidi, P, Mandelli e di G. Morandi, si è diplomato “pittore” e “incisore” all’Accademia di Belle Arti “La Clementina” di Bologna (1950-1955). Nel 1956 ha frequentato le lezioni di “Decorazione” di G. Romagnoli. Nel 1964 ha ottenuto il diploma di “sculture ceramista” alla scuola artigianale di Castelfranco E. (Biancini-Bedronici). Ha partecipato a collettive regionali, nazionali e internazionali con successo di critica e di pubblico. Ha vinto premi e sue opere figurano in collezioni private e pubbliche in Italia e all’estero.

 


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Autore dell'articolo: Redazione