La caldarrostaia

Una volta la caldarrostaia, la venditrice di bruscolini ed il venditore di dolci si mettevano tutti in fila sotto il porticato del paese ed attendevano il cliente di passaggio.
“Passarot” vagava da osteria ad osteria col suo cestino pieno di brustolini e la “Barbarina” faceva la piazza e il portico dov’erano i cinematografi.
“Caràta”, con il suo carrettino pieno di caramelle, liquirizia, brustulli e coni di crema, sostava dal mattino alla sera davanti al cinema Varietà o davanti alla canonica vecchia. Non mancava il venditore di lupini e la carretta delle mele, delle cipolle, della zucca, delle pere e delle prugne al forno. Con un mestiere così umile e povero si poteva guadagnare tanto da mantenere una famiglia o, a volte, da metter su bottega e finirla col duro mestiere di venditore ambulante. Ma è della caldarrostaia che vogliamo parlare, perché non esiste più nessuno che vuole faticare per un così misero guadagno. E la signora Giuseppina Righi, detta “Pinouna” per la sua buona stazza, è rimasta sola a menare la ventarola sulla brace accesa della stufetta e rotolar marroni di prima qualità dentro alla padella di ferro.
“Da dove provengono le castagne, i “balogi” o i marroni posti in vendita?”

“Da Pavullo o dalla Serra, ma anche dal Piemonte. In questi ultimi anni castagne secche e marroni arrivano anche dalla Francia e dalla Spagna ma il frutto del nostro castagno è il migliore”.
“Prima di me” dice la Pina ”c’erano in tanti a vendere in piazza: c’era la Nerozzi, Canova con il Baracchino, la “Ciudlatà”, Baravelli, la Gina, l’Ida ed Zecchi. Con la fareina ed castagn as feva al mistucheini e la torta cota al fouren. As feva anch i sguazarot al sugh o i turtii rimpè ed castagn buidi.

Si vendevano anche i marunzein ed Mondovì (detti anche i “marroni nani”) e le castagne secche con buccia, per la festa di San Geminiano.
Per fare buone caldarroste occorre una padella bucata, una stufa col fuoco non troppo basso, un fuoco lento di carbonella e tanta pazienza nel girare i marroni perché non si brucino e rinsecchiscano: ci si deve far la mano e l’occhio anche a tagliare le bucce di sbieco perché non scoppino col calore. Una volta cotti vanno messi tra un panno di lana e posti in un cesto perché diventino frolli e di pasta tenera”.

A.C. Simonini, storico ed artista castelfranchese
Tratto dalla rivista “Fatti Nostri” — Febbraio 1987

 

La signora Pina va in pensione dopo 35 anni di attività

 

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Autore dell'articolo: Redazione